Non importa se si è direttamente interessati o meno, ci sono situazioni, momenti in cui tutto per noi passa in secondo piano. Siamo fatti così. Chiediamo scusa ai clienti e conoscenti che abbiamo trascurato in queste settimane ma non siamo riusciti a rimanere a casa, a guardare ed aspettare. E così, in questo strano inizio ottobre, abbiamo sospeso tutte le attività, abbiamo deciso di fermarci e di dedicare tutto il nostro tempo, le nostre forze ed il nostro cuore a coloro che ne avevano veramente bisogno. Pale, guanti, scarponi, stivali e tanta voglia di esser d’aiuto. Albe meravigliose mentre percorrevamo la strada ci davano la carica giusta, tutti quei mezzi di soccorso superati in autostrada ci hanno fatto capire quanto sia bella la solidarietà e così prima in Valle Tanaro e poi in Val Casotto abbiamo spalato, spalato ed ancora spalato. Poi pulito, poi sistemato ed infine sorriso. E poi, saputo che non vi era più bisogno di volontari, ci sentivamo un po’ in dovere di dare un piccolo aiuto anche a Limone Piemonte ed abbiam realizzato un piccolo video.

Sono state giornate intense, lunghe, stancanti senza dubbio ma quello che ci hanno trasmesso le persone incontrate difficilmente lo dimenticheremo. Veder le lacrime trasformarsi in sorrisi, la disperazione in speranza e quegli sguardi da tristi a pieni di vita.

S T U P E N D O.

La devastazione è stata tanto, è tanta.

Dimenticarsi quello che è successo sarà difficile ma dimenticarsi quello che si era è impossibile.

Abbiamo capito, ancora una volta di più, quanto sia importante essere uniti, farsi forza a vicenda e aiutare per il semplice piacere di farlo e non con la volontà di ricevere.

E come noi siete stati tantissimi, da diverse zone della provincia ma non solo….

E quindi ci siamo in dovere e vi vogliamo ringraziare di cuore perchè siete stati tantissimi ad ascoltare il nostro appello, vi siete fatti centinaia di chilometri per aiutare uno sconosciuto, avete dormito poche ore per poter esser presenti subito al mattino presto e siete riusciti a strappare tanti sorrisi.

Fatevelo dire: siete persone speciali e meritate il meglio dalla vita. GRAZIE. VI VOGLIAMO BENE.

E ricordatevelo sempre: #UNITISIVINCE

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iduevagamondi

 

Sono passate poche ore dalla nostra prima volta in questo luogo. Chi ci conosce sa che viviamo per emozionarci, cerchiamo sempre di portarci via ogni stato d’animo possibile dai luoghi che visitiamo ma in questo caso è tutto diverso, troppo distante dalla normalità quotidiana.

Non riusciamo a dare una spiegazione a quello che abbiamo vissuto. E’ un susseguirsi di emozioni contrastanti, la malinconia che a tratti prevale su tutto sparisce improvvisamente lasciando spazio all’euforia per poi riaffiorare poco dopo e così via… da ore ed ore è così un turbinio continuo di stati d’animo opposti ma che magicamente si fondono.

Non tutti lo sanno ma da anni stiamo lavorando per realizzare il nostro più grande sogno: vivere in montagna, in una nostra borgata ospitando persone da tutto il mondo.

Ecco, sono bastate poche ore tra quei ruderi a rafforzare ulteriormente i nostri desideri.

Fuori piove, il ticchettio sui velux di casa accompagna le foto che scorrono lentamente sul monitor del computer e mentre il cielo si fa via via più cupo ci ritroviamo a pensare, a riflettere, a scrivere ed editare. 

Quella che apparentemente risulta esser una borgata abbandonata in realtà vive di vita propria, trasuda ancora la quotidianità di un tempo ormai lontano e tra le case si respira un’atmosfera quasi irreale dove il silenzio viene interrotto dalla caduta delle lose dei tetti, dai rami che si spezzano mentre alcune travi resistono stoicamente al trascorrere inesorabile del tempo.

Non c’è nessuno.

Qui non si vive più.

Eppure la chiesa, la scuola, le abitazioni provano a resistere quasi si attendesse il ritorno di qualcuno. Le dita scorrono veloci sulla tastiera ma è difficile trattenere i brividi e gli occhi si fanno via via più lucidi. Non sembra possibile che un posto del genere sia ora abbandonato a sé stesso.

Le stesse abitazioni provano tutt’ora a resistere a modo loro ed in esse il tempo è letteralmente fermo; il fieno sistemato, le tavole apparecchiate, le sedie, le cantine, il vino, le scarpe chiodate, le legnaie ancora perfette, i banchi della chiesa in perfetta simmetria tra di loro…

Tanti i sacrifici che quelle persone hanno fatto, lunghi ed interminabili inverni trascorsi in completo isolamento, vite differenti e forse troppo distanti da questa società ma senza dubbio più autentiche e orgogliose. E nonostante gli anni questo lo si respira senza problemi passeggiando tra i ruderi “resistenti”. Fatica e sudore qui erano di casa perchè il resto del mondo era lontano ore di cammino, proprio percorrendo quel sentiero che unisce il selvaggio con il moderno, il silenzio con il frastuono ed attraversa i pendii ci porta a riflettere, a pensare a quello che è stato.

Ci fermiamo, immaginiamo l’ultima persona che ha lasciato questo mondo parallelo… passo lento, uno sguardo all’abitato, forse una lacrima solca il suo volto, lo zaino in spalle pieno di ricordi, la propria vita racchiusa in pochi oggetti. Una scelta forse di sopravvivenza, forse una necessità dovuta all’evolversi della società che ha obbligato gli abitanti a scendere a compromessi ma per dei sognatori come noi questa è una bella crepa, l’ennesimo segno di un mondo che ormai non c’è più, di una vita fatta di sacrifici ma ricca di valori ed essenzialità.

Ripartiamo, il cielo si fa sempre più cupo, sembra quasi borbottare,  alle nostre spalle, la montagna e quella sensazione di esser di troppo pervade i nostri spiriti. Chiudiamo per l’ultima volta gli occhi ed immaginiamo le risate dei bambini che corrono per i viottoli, il profumo della legna che arde, le maniche rimboccate degli uomini intenti a lavorar la terra, la messa della domenica mattina, gli amori che nascono… la vita.

Salutiamo chi c’è stato, coloro che hanno fatto vivere per anni questo angolo remoto della Valle Grana e li ringraziamo per quello che  hanno trasmesso fino ad ora perchè,  anche se disabitata, Narbona per Noi VIVE ANCORA.

 

 

#iduevagamondi Simone e Romina

03.01

La sveglia suona, apriamo gli occhi e non sentiamo più la pioggia picchiettare sul velux.

Guardiamo fuori dalla finestra e una timida luna risplende in cielo.

Caffè al volo, zaino in spalle e si esce di casa.

Una, due, tre, quattro… sono le auto che incontriamo lungo il tragitto che ci porta in Valle Varaita. Qualcuno in piedi come noi per lavorare o forse qualche nottambulo chi lo sa. Si oltrepassa il fiume Varaita, svolta a sinistra e iniziamo la salita che ci porterà al santuario di Valmala.

Nonostante sia prestissimo non siamo gli unici a percorrere i tornanti che ci portano all’inizio dell’escursione. Curva a destra ed ecco due bei tassi, rigorosamente in fila indiana stanno risalendo la strada verso l’abitato di Valmala mentre un cagnolino ci corre incontro abbaiando come non mai.

Mancano una decina di minuti alle 4 quando parcheggiamo l’auto.

Questo è uno dei momenti più belli in assoluto, quando ti volti indietro e vedi la pianura così lontana mentre tu sei lì, sui monti.

Frontale accesa, scarponcini ai piedi e si parte mentre la luna gioca a nascondino con le nuvole che corrono veloci.

E’ la prima volta che proviamo questa sensazione strana, surreale. Nessun suono se non quello dei passi sul terreno. Noi e la notte. Tutto dorme e tace.

La salita è veloce, facile. Uno strappetto iniziale e siam già in cresta. A sinistra la Valle Varaita, a destra la Maira e davanti a noi tutta la pianura cuneese.

Come per la vista anche l’atmosfera è un divenire continuo, a tratti è completamente sereno ma pochi secondi dopo siamo dentro la nebbia.

Mentre ci avviciniamo alla croce di vetta le prime luci dell’alba si intravedono ed iniziano ad apparire i profili delle montagne. Ecco il Monviso alla nostra sinistra, l’Argentera quasi alle spalle.

La voglia di arrivare velocemente su è tanta e proviamo ad aumentare il passo ma siam costretti a fermarci subito perché, poco oltre il boschetto iniziale, d’innanzi a noi si presenta uno spettacolo indescrivibile: la pianura è immersa nelle nuvole regalando giochi di luce continui.

Il cielo si fa sempre più blu sopra le nostre teste, arancio sui paesi ed il bianco dell’abbondante nevicata del giorno prima sulle montagne più alte.

É tempo prima di godersi il panorama e quindi di fare le foto.

Sono da poco passate le cinque quando iniziamo a scattare.

Finalmente è arrivato il giorno tanto atteso: possiamo provare il 200-500mm e le premesse per degli scatti incredibili ci sono tutte. Eccitazione, caos, felicità… non sappiamo cosa fare prima, non sappiamo da dove iniziare: timelapse, foto, video, dronate. Calma, proviamo a ripeterci ma niente da fare. È tutto tremendamente perfetto. Una cartolina in tempo reale, continuo mutamento di bellezza e perfezione. Ogni attimo perso ci sembra un sacrilegio.

Da quassù il caos ed i problemi sembrano ancora più lontani, laggiù dove la maggior parte delle persone ancora dormono. Ogni cattivo pensiero è là, sotto i nostri piedi mentre noi siamo qui, unici spettatori privilegiati di tanta meraviglia.

Click.

Click.

Ancora un altro click.

Le foto si accumulano sulle memorie e le emozioni dentro i nostri cuori.

Sono le 06.06 e Madre Natura decide di metter in scena lo spettacolo.

Tutto intorno a noi si colora di rosso, il sole sbuca fuori, oltrepassa la coperta di nuvole che avvolge la pianura e dà il buongiorno nel miglior modo possibile.

Non sappiamo cosa fare prima tanto siamo felici. Le macchine fotografiche scattano, il drone ora vola e riprende le nuvole danzare.

Armonia allo stato puro in ogni direzione, in ogni istante.

Ci fermiamo a fare colazione, le nuvole si rincorrono e coprono a tratti il sole.

Sogniamo ad occhi aperti.

Poi quel rumore strano.

Uno sguardo verso la croce, il treppiede con l’obiettivo nuovo a terra.

P a n i c o .

Ma no! Com’è possibile? Dai non può essere… sconforto, tristezza, dispiacere.

Stop. Fermi, immobili. Entra in funzione quella nuova parte di noi, quella “quantica”, ed iniziamo a cercare immediatamente una soluzione, una spiegazione.

Proviamo a resistere, a trovare il positivo ma siamo essere umani e ci fermiamo.

É bastata una frazione di secondo per farci passare dal paradiso allo sconforto emozionale.

Come un segno: il sole torna a splendere, le nuvole corrono di fronte a noi nascondendo a tratti la pianura a tratti la montagna e quell’armonia unica, magica, indescrivibile torna velocemente ad esser parte del nostro essere.

Urlare, arrabbiare, piangere. No non serve a niente. Il passato non si può modificare.

Basta.

Ci godiamo ogni istante perchè ne abbiam bisogno e ritorniamo a far foto e video finché la croce, complice un imminente arrivo di un fronte pertubato, non decide di scomparire definitivamente nella nebbia e decidiamo così di scendere verso la macchina. La discesa è un’altalena continua di emozioni spesso contrastanti ma bisogna già andare oltre e continuare a vivere, ad essere spensierati con la voglia di ritornare ad ammirare una nuova alba, al più presto, per recuperare quegli attimi persi che ci mancano già come l’ossigeno.

Neanche a farlo apposta, poche ore dopo, mentre l’attrezzatura è in viaggio verso la riparazione l’amico ed esperto di meteorologia, Flavio di MeteoPinerolo, ci comunica che tra due giorni ci saranno nuovamente condizioni molto simili.

Non ce lo facciamo dire due volte, anzi puntiamo la sveglia ancora prima.

Ore 02.01, due giorni dopo.

Suona la sveglia, fuori c’è una nebbia fittissima che sembra novembre inoltrato ma ci crediamo, eccome se ci crediamo. Caffè al volo, zaino pronto dalla sera prima e si torna su in Valle Varaita.

Sarà l’orario anticipato rispetto a due giorni fa ma non c’è anima viva in giro, solamente un camioncino incrociamo lungo l’intero percorso.

C’è ancora più silenzio dell’altra volta.

Alle tre siamo già sul sentiero che porta alla croce del San Bernardo.

Le condizioni meteo, al momento, sono decisamente diverse. Una miriade di stelle sopra di noi ed il muro di nubi basse a chilometri di distanza verso il nord della pianura, direzione Torino.

Nessuna sosta video, foto.

Si sale decisamente più veloci e in poco tempo siamo in vetta. Una stella cadente solca il cielo in direzione Chersogno mentre le nuvole lentamente si avvicinano a noi.

Ecco la perfezione che avevo lasciato la scorsa volta ripresentarsi puntuale come non mai.

Fa decisamente più freddo mentre con trepida attesa attendiamo quel momento magico, quell’istante dove si vedono avanzare tonalità più calde ed armoniose da est che rischiarano il paesaggio.

Un mare di nuvole si sta avvicinando da ovest, un muro di nuvole basse arriva da nord mente il Monviso ed inseguito l’Argentera si tingono prima di rosa e poi di arancio.

Spettatori silenziosi di un nuovo spettacolo. Il sole sorge mentre le nuvole corrono, si modellano, si dissolvono e rinascono proprio di fronte a noi.

L’atmosfera è decisamente più umida stamani, il termometro segnava quattro gradi mentre salivamo e dobbiamo ammettere che si sentono tutti.

Giusto il tempo di godersi questi colori, quelle emozioni che madre natura decide di tirare giù il sipario quasi a custodire, solo per noi, tanta bellezza.

Eccoci completamente immersi nel bianco, abbracciati dalle nuvole e baciati dalla nebbiolina.

Decidiamo allora di sospendere tutte le riprese, fare colazione.

Assaporiamo questa strana sensazione come una rinascita ed iniziamo a passeggiare prima nei dintorni della croce e poi fin verso la macchina.

Alla fine raccogliamo un sacco intero tra lattine, bottiglie, plastiche e cartacce. Il dispiacere è forte ma è pareggiato dal senso di benessere che ci pervade ogni volta al termine della pulizia.

E’ bello poter contribuire in prima persona per un futuro migliore. Davvero bello. E continueremo a farlo perché tutto questo ci fa veramente stare bene

Proprio mentre risaliamo in auto, l’orologio segna le 9 del mattino e ripartiamo verso casa.

Due albe, due differenti finali o forse simili sotto un certo punto di vista ma un’unica grande certezza: NOI AMIAMO FOLLEMENTE LA MONTAGNA.

IDUEVAGAMONDI

Oggi è il 6 maggio, sono passati quasi 60 giorni dalla nostra ultima uscita.

Come ogni mattina ci aspettano i soliti rituali: i 5 tibetani, meditazione, colazione e poi accendiamo il telefono per connetterci con il resto del mondo.

Sono le 8 e mezza. Lo sappiamo che è un po’ tardi come orario soprattutto se si vuole andare in montagna a camminare ma abbiamo deciso di prenderci il nostro tempo anche in questa ripresa e continueremo a farlo ancora per molto tempo lottando contro la frenesia moderna.

Ritornare a vivere a ritmo lento, ripartire dal basso per raggiungere i nostri sogni. Già proprio quei sogni che ci tengono anche svegli di notte per capire come poterli realizzare nel minor tempo possibile. Il cuore batte forte, gli zaini sono pronti sul divano già da ieri sera, l’attrezzatura carica.

È un miscuglio assoluto di eccitazione e tensione, felicità ed al tempo stesso malinconia. Sappiamo benissimo che per molti sembrerà strano ma a noi questa quarantena forzata, è veramente volata e ci ha fatto crescere sono diversi punti di vista. Ma questa è un’altra storia.

Usciamo di casa, lasciamo il nostro “mondo alternativo” alle spalle e saliamo in auto destinazione Valle Stura. Dopo quasi otto settimane di tuta ed infradito gli scarponcini tornano a calzare i piedi, la macchina per fortuna si mette in moto senza alcun problema ed i paesaggi tornano a scorrere al nostro fianco mentre i chilometri che per mesi ci dividevano dalle montagne diventano sempre meno.

Castelletto Stura, Cuneo, Vignolo e siamo nuovamente in pista, siamo finalmente in montagna. Il cielo è di un blu indescrivibile, la vegetazione avanti di settimane rispetto al periodo e fa caldo, troppo caldo per essere inizio maggio. Le montagne si spalancano davanti a noi, la neve prova a resistere oltre i duemila metri dopo un inverno avaro di precipitazioni. Come c’era da immaginarselo la natura è andata avanti, non ci ha aspettato. Questa cosa ci fa stare bene, vedere l’uomo fermo, passivo mentre il resto evolve è stata per noi un’autentica e stupenda vittoria.

La strada continua a salire mentre superiamo Valloriate e ci addentriamo nel bosco. Uno scoiattolo gioca allegramente mentre i raggi del sole filtrano ed illuminano il sottobosco. Parcheggiamo la macchina, respiriamo a pieni polmoni e di fronte a noi con la sua leggera coperta di neve, ecco il Gèlas.

Lo sguardo spazia a cento ottanta gradi: la pianura, la Bisalta, il Clapier, la Maledia, Argentera, Matto e così via. Tutt’intorno a noi regna il suono della montagna, semplicità ed essenzialità.

Come c’era da aspettarselo ci siamo solamente noi.

Siamo liberi. Ma che poi se ci pensiamo bene, siamo liberi da cosa? Da chi? Da noi? Dagli altri? Come dice Osho, in uno dei suoi libri, se non siamo in grado di stare da soli, nella solitudine questo vuol dire che c’è qualcosa che non va in noi. E noi nella solitudine stiamo benissimo.

In questo lungo periodo non abbiamo sentito la mancanza della società ma bensì di camminare in montagna, nei boschi, abbracciare gli alberi, coricarsi sull’erba ed ascoltare madre natura. Sì, questo ci è veramente mancato tantissimo, come l’aria di montagna, quella cruda che ti entra dentro e ti fa sentire vivo.

Oggi è un giorno zero per noi. Si ricomincia dal punto dove ci eravamo fermati. Da una zona per noi speciale ed abbiamo deciso che lo faremo in modo diverso: realizzeremo, sempre che ne siamo in grado eheh, il nostro primo vlog per il canale youtube.

Proviamo ad entrare in un mondo che per anni ci è sembrato lontanissimo da noi ma che abbiamo poi scoperto essere invece alla nostra portata. Troppe volte ci nascondiamo dietro a scuse, spesso inutili, che poi non sono altro che giustificazioni inventate provenienti più da paure interiori che dalla realtà.

E questo ragionamento, queste riflessioni, questo capire i limiti mentali che ognuno di noi si crea lo abbiamo compreso ancora di più in questo periodo di “isolamento”. È ora di aprire gli occhi e vivere senza paura. Vivere.

Eccoci qui, con i nostri quindici chili di attrezzatura sulle spalle ed una macchina fotografica rivolta verso di noi mentre percorriamo un sentiero che porta verso Paraloup ma anche sul Monte Tajarè.

Sono quasi seicento metri di dislivello tra faggi, betulle, castagni circondati dalle montagne, dal silenzio e lontano da tutto, da tutti.

Il sole splende alto in cielo mentre i primi cumuli iniziano a farsi vedere, lentamente crescono, si spostano trascinati da miti correnti occidentali mentre noi risaliamo il pendio e ci avviciniamo alla vetta. Siamo visibilmente emozionati e felici come non mai. Niente di più bello che essere quassù nel giorno più importante di sempre: la rinascita.

 

Energia. Positività. Vita.

Arriviamo in vetta e salutiamo tre ragazze che hanno scelto, come noi, questa montagna per ricominciare. Ci allontaniamo per restare ancor più da soli.

Le nuvole nel frattempo continuano la loro battaglia con il sole e si impossessano velocemente del cielo: le montagne si incappucciano. È un continuo gioco di luce ed ombra, ombre e luci mentre noi, in rigoroso silenzio, cerchiamo dopo mesi di entrare nuovamente in simbiosi con la natura. Puro Amore.

La pianura sembra così lontana, i problemi della società moderna dai monti neanche si percepiscono e tutto scorre, tutto va avanti come niente fosse, incuranti dei danni che là, in basso, gli altri stanno realizzando giorno dopo giorno.

Vorremmo veramente imparare dalla montagna ad esser così pazienti e fermi. Dovremmo imparare da loro ad essere così cauti di fronte al disordine, al caos ed alle ingiustizie che abbiamo di fronte in ogni istante. Si vivrebbe sicuramente meglio. Ne siamo certi.

Le ore corrono via, le nuvole invece si fermano e sono sempre più scure. Il vento aumenta e porta con sé i primi tuoni della stagione mentre noi continuiamo il nostro percorso.

Fa effetto attraversare la borgata di Paraloup e ritrovarla così silenziosa e deserta, tutto chiuso, tutto fermo. Solitudine. Ci fermiamo e cerchiamo di goderci ogni attimo di questo periodo così surreale e poi ripartiamo.

Un quadrifoglio, un pentafoglio e addirittura un esafoglio lungo il sentiero.

Sarà un segno? Chi lo sa…

Un capriolo attraversa il sentiero mentre il cielo oltre i faggi brontola sempre di più. Raggiungiamo un prato ricoperto di un tappeto di fiori coloratissimi che danzano sospinti dal vento mentre la pioggia scivola via, verso sud e ci permette di rilassarci respirando il profumo della montagna. Un sogno ad occhi aperti, in questa parte di cuneese che amiamo tantissimo e che speriamo possa diventare presto casa.

Si chiude qui una nuova giornata. Finisce così la prima pagina del nostro nuovo libro.

Si apre così un nuovo mondo, una nuova vita volta sempre più a valorizzare la montagna e rispettare la natura.

 

Quello che verrà lo scopriremo assieme ma come dice un vecchio detto Walser:

Finchè esisteranno le Alpi, da esse scenderà il soffio della libertà.”

 

 

Questo è il nostro racconto, il nostro primo IDVlog di sempre e speriamo possa farvi provare, vivere le nostre emozioni.

iduevagamondi

Video realizzato con Nikon D5, Nikon Z7 e D7500 + Drone Mavic Pro 2 e filtri PolarPro