Camminare.

Scoprire.

Entrare in simbiosi con il paesaggio circostante.

Vivere e sentirsi vivi.

Passo dopo passo.

Tutto questo andar lenti, conoscere per conoscersi e staccare letteralmente la spina dal mondo virtuale, frenetico se non addirittura caotico che ci circonda.

Siamo sempre stati affascinati da questo mondo, dai cammini ma forse per pigrizia, forse per paura o forse per le solite scuse non ne abbiamo mai fatti finchè non è arrivata quella stupenda telefonata di Sara da Campiglio che ci proponeva di realizzare un reportage sul loro: il Cammino di San Vili.

L’eccitazione iniziale, la voglia di vivere una nuova esperienza ci hanno subito emozionato tantissimo ma poi è entrato in gioco il panico per scegliere l’attrezzatura, capire come fare perché ci aspettavano cento chilometri da Madonna di Campiglio a Trento da fare in quattro giorni.

Come sempre prevale l’ottimismo e quindi eccoci pronti a partire destinazione Alta Val Rendena.

Il minimo indispensabile negli zaini: Nikon Z7 con il 24-70mm ed il drone nello zaino di Simone, D7500 con 18-140mm in quello di Romina. Un paio di pantaloni, una maglietta ed una felpa, giacca impermeabile indossata data la pioggia prevista e nulla di più.

Non appena arriviamo a Campiglio incontriamo la nostra guida e compagna di avventura Francesca. Dal primo istante nasce subito un feeling incredibilmente stupendo, ci divertiremo di sicuro.

Abbiamo la serata libera per cui decidiamo di salire al Lago Nero per fare alcuni scatti al Brenta e poi si va a dormire presto perché all’alba si partirà.

La prima giornata inizia con il cielo grigio, qualche goccia di pioggia. Non c’è praticamente nessuno in giro, il morale è alto perché come ogni volta, qui in Val Rendena, ci sentiamo a casa. Il cielo minaccia acqua ma siamo fortunati e man mano che perdiamo quota scendendo verso Fisto si apre sempre di più. Il ritmo è buono come l’atmosfera e parlottando allegramente ci capita anche di trovare dei funghi porcini che ovviamente raccogliamo. Incontriamo e superiamo paesi, borgate, chiese una più belle dell’altra fino a Carisolo dove ci fermiamo ad ammirare la bellezza dei castagni secolari che si tingono d’autunno. Una tappa dal sapore rurale, autentico e vivo. Ci fanno compagnia i campanacci delle mucche “Razza Rendena” e il sibilo del vento tra le piante mentre ci avviciniamo alla nostra conclusione di tappa “Casa Moresc” nell’abitato di Fisto mentre il cielo si è decisamente incupito. Una bella birra fresca per festeggiare mentre l’atmosfera si fa sempre più turbolenta, le nuvole si addossano alle montagne ed improvvisamente si scatena un violento temporale che ci accompagna finchè non ci addormentiamo.

Il risveglio è autunnale, nebbiolina e qualche goccia di pioggia ci faranno da compagni in questa lunga tappa dal sapore alpino. Se fossimo in una corsa ciclistica sarebbe La Tappa che decide la corsa, infatti ci aspettano mille e cinquecento metri di dislivello di salita.

Partiamo prestissimo perché saranno trenta i chilometri da percorrere e ci saranno degli strappetti da affrontare niente male. Siamo immersi nel verde, attraversiamo pinete spettacolari, incontriamo salamandre, raccogliamo funghi e ci conosciamo sempre più. Da perfetti sconosciuti ad amici ed ora pellegrini. Capiamo subito quanto sia magico il cammino e che sorprese porti con sé.  Dopo poco siamo nel vero “gran premio della montagna” del San Vili, siamo nel punto più panoramico sul Passo Daone mentre il cielo continua ad esser bello chiuso ed ogni tanto il vento porta con sé qualche timida goccia di pioggia. Ottocento metri di dislivello fatti, siamo ancora lontani dal traguardo ma siamo circondati da un paesaggio sempre più colorato con le più svariate sfumature di verde e man mano che scendiamo di quota il sole spunta e illumina il fitto sottobosco. Alle nostre spalle si scatena un nuovo temporale che però decide di graziarci mentre risaliamo per raggiungere Iron, un vero gioiello di architettura che sembra veramente esser isolato dal mondo. Ci fermeremmo volentieri qui a lungo ma dobbiamo continuare perché Stenico, la nostra meta, ci sta aspettando. Questo paese, scenograficamente parlando è splendido e risalendo verso il “Bosco Arte Stenico” ci troviamo di fronte una cartolina reale con il castello che domina la valle, il tramonto ed un silenzio surreale che ci accompagna tra le più svariate installazioni artistiche. Siamo costretti ad accendere le frontaline perché le riprese fotografiche ci hanno fatto “perdere” un po’ di tempo. Che poi perdere, in base a chi, a cosa si può definire di aver perso. Il cammino ci sta facendo capire quanto sia importante l’andar lenti, l’entrare in simbiosi con il paesaggio circostante e quindi se arriviamo un po’ lunghi va bene uguale per noi. Se fatto con l’orologio al polso non è più un cammino e lo stress rovinerebbe la magica atmosfera che stiam portando con noi.

Ci lasciamo alle spalle l’abitato per raggiungere la nostra tappa serale, Seo. Qui siamo ospiti del B&B La Lanterna. Senza dubbio si rivelerà una delle perle indiscusse dell’intero viaggio. Ci sentiamo a casa. Una cena con i fiocchi, coccolati con polenta, formaggi, camoscio e per finire la grappa.

Floro e sua moglie ci sanno fare, sono due persone meravigliose, uniche e dopo tutti questi chilometri, questi sali e scendi sono un vero toccasana per il morale. Grazie.

Cielo sereno, aria frizzante e una colazione perfetta con tanto di torta appena sfornata.

Il buongiorno è servito. Il morale è alle stelle quando lasciamo l’abitato di Seo e ci dirigiamo verso Tavodo tra campi di lavanda e viste dolomitiche per proseguire ancora verso Moline.

Qui ci fermiamo stupiti, increduli perché sembra di essere finiti in Toscana, in un borgo dell’entroterra toscano o provenzale. Il ponte che attraversa il fiume, i colori delle case, i fiori e quel silenzio che ti entra dentro e fa capire quanto siamo piccoli ed è proprio questo aspetto che stiamo capendo passo dopo passo. La nostra compagna di viaggio, Francesca, è un’esperta di cammini e ci racconta le sue esperienze, le sue avventure e ci fa stare bene perché c’è un mondo da imparare da lei. Stupendo. Lei ci dà morale nei momenti di stanchezza, ci fa viaggiare con la mente e ci rallegra. E’ una ragazza incredibile, un’Amica che diventa quasi una sorella chilometro dopo chilometro.

E così superiamo questo paesino isolato dove si respira aria d’altri tempi e mentre costeggiamo la forra, il precipizio alla nostra destra Simone sente qualcosa che non va. Si toglie lo scarponcino, ed ecco la prima vescica del pellegrino. Un ago, un filo e si riparte. Superiamo la chiesetta di San Vigilio da cui possiamo osservare tutto il percorso fatto in mattinata e ci mettiamo a leggere il diario dei pellegrini mentre si avvicina velocemente il tramonto. Siamo ancora lontani dall’abitato di Mangone, accendiamo le frontaline ed affrontiamo un passaggio decisamente esposto, non dei più belli da fare di notte mentre d’innanzi a noi eccolo, il Lago di Garda. Svoltiamo nel boschetto e spunta una torcia, che pian piano di viene incontro. E’ il proprietario dell’affitacamere “Enjoy the Silence” che ci stava aspettando da qualche oretta. Ehhhmmm anche stasera siamo decisamente in ritardo ma che ci volete fare siam fatti così… il cammino, la lentezza, i momenti di riflessione stanno prendendo piede dentro di noi e non guardiamo più l’ora.

Ci sistemiamo, accendiamo il caminetto, cuciniamo e ci godiamo un bel bicchiere di vino mentre sistemiamo l’attrezzatura fotografica, controlliamo i social e poi andiamo a dormire, cotti come non mai ma con la testa già a Trento.

Cielo infuocato, paese addormentato e tre pellegrini già in cammino. Inizia l’ultima giornata sul San Vili. Anche quest’oggi il cielo sereno non vuole farci compagnia e come sempre si copre. Rispetto a Campiglio fa decisamente più caldo. I chilometri si sommano e lasciamo alle nostre spalle il Garda avvicinandoci ai laghi di Lamar. Nei boschetti che attraversiamo troviamo alcune tracce dell’orso proprio sul sentiero ma purtroppo non riusciamo a vederlo e per noi, fieri sostenitori, è un vero peccato. La voglia di arrivare al traguardo è tanta come lo è la voglia di godersi ogni istante. Si è creata una famiglia in questo viaggio e mentre il sole lentamente scende e scompare dietro un tappeto di nuvole grigie, ci rendiamo conto di esser ancora lontani dal duomo di Trento. Proviamo a forzare il ritmo ma finiamo in un punto decisamente esposto, in discesa a picco sulla vallata sottostante. Ci fermiamo e proseguiamo con calma. Il passaggio più difficile del cammino è superato, iniziamo l’avvicinamento visivo alla città che però, forse complice anche la stanchezza, sembra non avvicinarsi mai. E’ notte fonda, il silenzio e la pace della montagna lasciano, minuto dopo minuto, spazio ai rumori della città, gli alberi alle case ed iniziamo ad incontrare via via sempre più persone. Eccoci, siamo sull’Adige ed intravediamo in lontananza il Duomo. Il terriccio, le pietre ora sono asfalto, le auto sfrecciano veloci mentre il nostro ritmo rallenta, si velocizza ma poi rallenta nuovamente.

Svoltiamo a sinistra, poi a destra, cento metri ed eccolo lì, davanti a noi a pochi metri: il Duomo di Trento. Fermo, immobile, impassibile mentre in noi c’è un caos di emozioni, stati d’animo indescrivibili.

Tantissimi ragazzi affollano i dehors con la loro camicia perfetta e lo spritz in mano. Noi, vestiti da montanari, stanchi, esausti ma pieni di vita e soprattutto ricchi dentro, ricchissimi come non mai prima d’ora. Ci guardiamo, ci abbracciamo, esultiamo. Ci sentiamo Vivi e felici.

Ordiniamo da mangiare una pizza, che ovviamente con lo spirito peregrino scegliamo di dividere assieme. Una bottiglia di un vino trentino. La gente ci guarda stranita, ci osserva e sorride.

Si conclude in questa piazza il nostro primo Cammino, il San Vili.

La felicità di avercela fatta con le nostre gambe, con i nostri zaini, con i nostri ritmi ma soprattutto aver capito quando sia bello camminare, quanto sia sempre più necessario vivere con lentezza, quasi al ritmo delle stagioni perché così facendo capisci veramente l’importanza delle piccole cose, della semplicità ma soprattutto della vita.

Grazie Francesca per essere stata una compagnia di viaggio indimenticabile.

Grazie Sara per aver creduto in Noi.

Grazie Cammino di San Vili per averci fatto capire quanto sia bello essere dei pellegrini.

 

“Non esiste una via verso la felicità.  La felicità è la via.”

[Buddha]

03.01

La sveglia suona, apriamo gli occhi e non sentiamo più la pioggia picchiettare sul velux.

Guardiamo fuori dalla finestra e una timida luna risplende in cielo.

Caffè al volo, zaino in spalle e si esce di casa.

Una, due, tre, quattro… sono le auto che incontriamo lungo il tragitto che ci porta in Valle Varaita. Qualcuno in piedi come noi per lavorare o forse qualche nottambulo chi lo sa. Si oltrepassa il fiume Varaita, svolta a sinistra e iniziamo la salita che ci porterà al santuario di Valmala.

Nonostante sia prestissimo non siamo gli unici a percorrere i tornanti che ci portano all’inizio dell’escursione. Curva a destra ed ecco due bei tassi, rigorosamente in fila indiana stanno risalendo la strada verso l’abitato di Valmala mentre un cagnolino ci corre incontro abbaiando come non mai.

Mancano una decina di minuti alle 4 quando parcheggiamo l’auto.

Questo è uno dei momenti più belli in assoluto, quando ti volti indietro e vedi la pianura così lontana mentre tu sei lì, sui monti.

Frontale accesa, scarponcini ai piedi e si parte mentre la luna gioca a nascondino con le nuvole che corrono veloci.

E’ la prima volta che proviamo questa sensazione strana, surreale. Nessun suono se non quello dei passi sul terreno. Noi e la notte. Tutto dorme e tace.

La salita è veloce, facile. Uno strappetto iniziale e siam già in cresta. A sinistra la Valle Varaita, a destra la Maira e davanti a noi tutta la pianura cuneese.

Come per la vista anche l’atmosfera è un divenire continuo, a tratti è completamente sereno ma pochi secondi dopo siamo dentro la nebbia.

Mentre ci avviciniamo alla croce di vetta le prime luci dell’alba si intravedono ed iniziano ad apparire i profili delle montagne. Ecco il Monviso alla nostra sinistra, l’Argentera quasi alle spalle.

La voglia di arrivare velocemente su è tanta e proviamo ad aumentare il passo ma siam costretti a fermarci subito perché, poco oltre il boschetto iniziale, d’innanzi a noi si presenta uno spettacolo indescrivibile: la pianura è immersa nelle nuvole regalando giochi di luce continui.

Il cielo si fa sempre più blu sopra le nostre teste, arancio sui paesi ed il bianco dell’abbondante nevicata del giorno prima sulle montagne più alte.

É tempo prima di godersi il panorama e quindi di fare le foto.

Sono da poco passate le cinque quando iniziamo a scattare.

Finalmente è arrivato il giorno tanto atteso: possiamo provare il 200-500mm e le premesse per degli scatti incredibili ci sono tutte. Eccitazione, caos, felicità… non sappiamo cosa fare prima, non sappiamo da dove iniziare: timelapse, foto, video, dronate. Calma, proviamo a ripeterci ma niente da fare. È tutto tremendamente perfetto. Una cartolina in tempo reale, continuo mutamento di bellezza e perfezione. Ogni attimo perso ci sembra un sacrilegio.

Da quassù il caos ed i problemi sembrano ancora più lontani, laggiù dove la maggior parte delle persone ancora dormono. Ogni cattivo pensiero è là, sotto i nostri piedi mentre noi siamo qui, unici spettatori privilegiati di tanta meraviglia.

Click.

Click.

Ancora un altro click.

Le foto si accumulano sulle memorie e le emozioni dentro i nostri cuori.

Sono le 06.06 e Madre Natura decide di metter in scena lo spettacolo.

Tutto intorno a noi si colora di rosso, il sole sbuca fuori, oltrepassa la coperta di nuvole che avvolge la pianura e dà il buongiorno nel miglior modo possibile.

Non sappiamo cosa fare prima tanto siamo felici. Le macchine fotografiche scattano, il drone ora vola e riprende le nuvole danzare.

Armonia allo stato puro in ogni direzione, in ogni istante.

Ci fermiamo a fare colazione, le nuvole si rincorrono e coprono a tratti il sole.

Sogniamo ad occhi aperti.

Poi quel rumore strano.

Uno sguardo verso la croce, il treppiede con l’obiettivo nuovo a terra.

P a n i c o .

Ma no! Com’è possibile? Dai non può essere… sconforto, tristezza, dispiacere.

Stop. Fermi, immobili. Entra in funzione quella nuova parte di noi, quella “quantica”, ed iniziamo a cercare immediatamente una soluzione, una spiegazione.

Proviamo a resistere, a trovare il positivo ma siamo essere umani e ci fermiamo.

É bastata una frazione di secondo per farci passare dal paradiso allo sconforto emozionale.

Come un segno: il sole torna a splendere, le nuvole corrono di fronte a noi nascondendo a tratti la pianura a tratti la montagna e quell’armonia unica, magica, indescrivibile torna velocemente ad esser parte del nostro essere.

Urlare, arrabbiare, piangere. No non serve a niente. Il passato non si può modificare.

Basta.

Ci godiamo ogni istante perchè ne abbiam bisogno e ritorniamo a far foto e video finché la croce, complice un imminente arrivo di un fronte pertubato, non decide di scomparire definitivamente nella nebbia e decidiamo così di scendere verso la macchina. La discesa è un’altalena continua di emozioni spesso contrastanti ma bisogna già andare oltre e continuare a vivere, ad essere spensierati con la voglia di ritornare ad ammirare una nuova alba, al più presto, per recuperare quegli attimi persi che ci mancano già come l’ossigeno.

Neanche a farlo apposta, poche ore dopo, mentre l’attrezzatura è in viaggio verso la riparazione l’amico ed esperto di meteorologia, Flavio di MeteoPinerolo, ci comunica che tra due giorni ci saranno nuovamente condizioni molto simili.

Non ce lo facciamo dire due volte, anzi puntiamo la sveglia ancora prima.

Ore 02.01, due giorni dopo.

Suona la sveglia, fuori c’è una nebbia fittissima che sembra novembre inoltrato ma ci crediamo, eccome se ci crediamo. Caffè al volo, zaino pronto dalla sera prima e si torna su in Valle Varaita.

Sarà l’orario anticipato rispetto a due giorni fa ma non c’è anima viva in giro, solamente un camioncino incrociamo lungo l’intero percorso.

C’è ancora più silenzio dell’altra volta.

Alle tre siamo già sul sentiero che porta alla croce del San Bernardo.

Le condizioni meteo, al momento, sono decisamente diverse. Una miriade di stelle sopra di noi ed il muro di nubi basse a chilometri di distanza verso il nord della pianura, direzione Torino.

Nessuna sosta video, foto.

Si sale decisamente più veloci e in poco tempo siamo in vetta. Una stella cadente solca il cielo in direzione Chersogno mentre le nuvole lentamente si avvicinano a noi.

Ecco la perfezione che avevo lasciato la scorsa volta ripresentarsi puntuale come non mai.

Fa decisamente più freddo mentre con trepida attesa attendiamo quel momento magico, quell’istante dove si vedono avanzare tonalità più calde ed armoniose da est che rischiarano il paesaggio.

Un mare di nuvole si sta avvicinando da ovest, un muro di nuvole basse arriva da nord mente il Monviso ed inseguito l’Argentera si tingono prima di rosa e poi di arancio.

Spettatori silenziosi di un nuovo spettacolo. Il sole sorge mentre le nuvole corrono, si modellano, si dissolvono e rinascono proprio di fronte a noi.

L’atmosfera è decisamente più umida stamani, il termometro segnava quattro gradi mentre salivamo e dobbiamo ammettere che si sentono tutti.

Giusto il tempo di godersi questi colori, quelle emozioni che madre natura decide di tirare giù il sipario quasi a custodire, solo per noi, tanta bellezza.

Eccoci completamente immersi nel bianco, abbracciati dalle nuvole e baciati dalla nebbiolina.

Decidiamo allora di sospendere tutte le riprese, fare colazione.

Assaporiamo questa strana sensazione come una rinascita ed iniziamo a passeggiare prima nei dintorni della croce e poi fin verso la macchina.

Alla fine raccogliamo un sacco intero tra lattine, bottiglie, plastiche e cartacce. Il dispiacere è forte ma è pareggiato dal senso di benessere che ci pervade ogni volta al termine della pulizia.

E’ bello poter contribuire in prima persona per un futuro migliore. Davvero bello. E continueremo a farlo perché tutto questo ci fa veramente stare bene

Proprio mentre risaliamo in auto, l’orologio segna le 9 del mattino e ripartiamo verso casa.

Due albe, due differenti finali o forse simili sotto un certo punto di vista ma un’unica grande certezza: NOI AMIAMO FOLLEMENTE LA MONTAGNA.

IDUEVAGAMONDI

Oggi è il 6 maggio, sono passati quasi 60 giorni dalla nostra ultima uscita.

Come ogni mattina ci aspettano i soliti rituali: i 5 tibetani, meditazione, colazione e poi accendiamo il telefono per connetterci con il resto del mondo.

Sono le 8 e mezza. Lo sappiamo che è un po’ tardi come orario soprattutto se si vuole andare in montagna a camminare ma abbiamo deciso di prenderci il nostro tempo anche in questa ripresa e continueremo a farlo ancora per molto tempo lottando contro la frenesia moderna.

Ritornare a vivere a ritmo lento, ripartire dal basso per raggiungere i nostri sogni. Già proprio quei sogni che ci tengono anche svegli di notte per capire come poterli realizzare nel minor tempo possibile. Il cuore batte forte, gli zaini sono pronti sul divano già da ieri sera, l’attrezzatura carica.

È un miscuglio assoluto di eccitazione e tensione, felicità ed al tempo stesso malinconia. Sappiamo benissimo che per molti sembrerà strano ma a noi questa quarantena forzata, è veramente volata e ci ha fatto crescere sono diversi punti di vista. Ma questa è un’altra storia.

Usciamo di casa, lasciamo il nostro “mondo alternativo” alle spalle e saliamo in auto destinazione Valle Stura. Dopo quasi otto settimane di tuta ed infradito gli scarponcini tornano a calzare i piedi, la macchina per fortuna si mette in moto senza alcun problema ed i paesaggi tornano a scorrere al nostro fianco mentre i chilometri che per mesi ci dividevano dalle montagne diventano sempre meno.

Castelletto Stura, Cuneo, Vignolo e siamo nuovamente in pista, siamo finalmente in montagna. Il cielo è di un blu indescrivibile, la vegetazione avanti di settimane rispetto al periodo e fa caldo, troppo caldo per essere inizio maggio. Le montagne si spalancano davanti a noi, la neve prova a resistere oltre i duemila metri dopo un inverno avaro di precipitazioni. Come c’era da immaginarselo la natura è andata avanti, non ci ha aspettato. Questa cosa ci fa stare bene, vedere l’uomo fermo, passivo mentre il resto evolve è stata per noi un’autentica e stupenda vittoria.

La strada continua a salire mentre superiamo Valloriate e ci addentriamo nel bosco. Uno scoiattolo gioca allegramente mentre i raggi del sole filtrano ed illuminano il sottobosco. Parcheggiamo la macchina, respiriamo a pieni polmoni e di fronte a noi con la sua leggera coperta di neve, ecco il Gèlas.

Lo sguardo spazia a cento ottanta gradi: la pianura, la Bisalta, il Clapier, la Maledia, Argentera, Matto e così via. Tutt’intorno a noi regna il suono della montagna, semplicità ed essenzialità.

Come c’era da aspettarselo ci siamo solamente noi.

Siamo liberi. Ma che poi se ci pensiamo bene, siamo liberi da cosa? Da chi? Da noi? Dagli altri? Come dice Osho, in uno dei suoi libri, se non siamo in grado di stare da soli, nella solitudine questo vuol dire che c’è qualcosa che non va in noi. E noi nella solitudine stiamo benissimo.

In questo lungo periodo non abbiamo sentito la mancanza della società ma bensì di camminare in montagna, nei boschi, abbracciare gli alberi, coricarsi sull’erba ed ascoltare madre natura. Sì, questo ci è veramente mancato tantissimo, come l’aria di montagna, quella cruda che ti entra dentro e ti fa sentire vivo.

Oggi è un giorno zero per noi. Si ricomincia dal punto dove ci eravamo fermati. Da una zona per noi speciale ed abbiamo deciso che lo faremo in modo diverso: realizzeremo, sempre che ne siamo in grado eheh, il nostro primo vlog per il canale youtube.

Proviamo ad entrare in un mondo che per anni ci è sembrato lontanissimo da noi ma che abbiamo poi scoperto essere invece alla nostra portata. Troppe volte ci nascondiamo dietro a scuse, spesso inutili, che poi non sono altro che giustificazioni inventate provenienti più da paure interiori che dalla realtà.

E questo ragionamento, queste riflessioni, questo capire i limiti mentali che ognuno di noi si crea lo abbiamo compreso ancora di più in questo periodo di “isolamento”. È ora di aprire gli occhi e vivere senza paura. Vivere.

Eccoci qui, con i nostri quindici chili di attrezzatura sulle spalle ed una macchina fotografica rivolta verso di noi mentre percorriamo un sentiero che porta verso Paraloup ma anche sul Monte Tajarè.

Sono quasi seicento metri di dislivello tra faggi, betulle, castagni circondati dalle montagne, dal silenzio e lontano da tutto, da tutti.

Il sole splende alto in cielo mentre i primi cumuli iniziano a farsi vedere, lentamente crescono, si spostano trascinati da miti correnti occidentali mentre noi risaliamo il pendio e ci avviciniamo alla vetta. Siamo visibilmente emozionati e felici come non mai. Niente di più bello che essere quassù nel giorno più importante di sempre: la rinascita.

 

Energia. Positività. Vita.

Arriviamo in vetta e salutiamo tre ragazze che hanno scelto, come noi, questa montagna per ricominciare. Ci allontaniamo per restare ancor più da soli.

Le nuvole nel frattempo continuano la loro battaglia con il sole e si impossessano velocemente del cielo: le montagne si incappucciano. È un continuo gioco di luce ed ombra, ombre e luci mentre noi, in rigoroso silenzio, cerchiamo dopo mesi di entrare nuovamente in simbiosi con la natura. Puro Amore.

La pianura sembra così lontana, i problemi della società moderna dai monti neanche si percepiscono e tutto scorre, tutto va avanti come niente fosse, incuranti dei danni che là, in basso, gli altri stanno realizzando giorno dopo giorno.

Vorremmo veramente imparare dalla montagna ad esser così pazienti e fermi. Dovremmo imparare da loro ad essere così cauti di fronte al disordine, al caos ed alle ingiustizie che abbiamo di fronte in ogni istante. Si vivrebbe sicuramente meglio. Ne siamo certi.

Le ore corrono via, le nuvole invece si fermano e sono sempre più scure. Il vento aumenta e porta con sé i primi tuoni della stagione mentre noi continuiamo il nostro percorso.

Fa effetto attraversare la borgata di Paraloup e ritrovarla così silenziosa e deserta, tutto chiuso, tutto fermo. Solitudine. Ci fermiamo e cerchiamo di goderci ogni attimo di questo periodo così surreale e poi ripartiamo.

Un quadrifoglio, un pentafoglio e addirittura un esafoglio lungo il sentiero.

Sarà un segno? Chi lo sa…

Un capriolo attraversa il sentiero mentre il cielo oltre i faggi brontola sempre di più. Raggiungiamo un prato ricoperto di un tappeto di fiori coloratissimi che danzano sospinti dal vento mentre la pioggia scivola via, verso sud e ci permette di rilassarci respirando il profumo della montagna. Un sogno ad occhi aperti, in questa parte di cuneese che amiamo tantissimo e che speriamo possa diventare presto casa.

Si chiude qui una nuova giornata. Finisce così la prima pagina del nostro nuovo libro.

Si apre così un nuovo mondo, una nuova vita volta sempre più a valorizzare la montagna e rispettare la natura.

 

Quello che verrà lo scopriremo assieme ma come dice un vecchio detto Walser:

Finchè esisteranno le Alpi, da esse scenderà il soffio della libertà.”

 

 

Questo è il nostro racconto, il nostro primo IDVlog di sempre e speriamo possa farvi provare, vivere le nostre emozioni.

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Video realizzato con Nikon D5, Nikon Z7 e D7500 + Drone Mavic Pro 2 e filtri PolarPro

Ancora una volta l’uomo esce sconfitto. Proprio mentre diversi italiani ieri sera alle 21.30 erano incollati alla televisione a guardare “into the wild”, sognando la libertà, la natura incontaminata e chi più ne ha più ne metta in Trentino veniva tolta per sempre la libertà a M49, l’orso che era riuscito a scappare diversi mesi fa. E’ stato un problema perchè di danni ne ha fatti ma come sempre, e qui tocco un tasto molto dolente, l’uomo invece di evolversi, di capire come migliorarsi sceglie la via più semplice: abbattere o imprigionare. Ovunque negli altri stati si riesce a convivere con questo animale, o con il lupo. Da noi complice uno stato del tutto assente e la mentalità “gretta” di molti si preferisce uccidere o rinchiudere un animale per sempre in una gabbia. Proprio in questo periodo, dove tutti si sentono in trappola, tutti si lamentano della mancata libertà, tutti attaccano tutti… ci sono persone che invece esultano perchè sono riuscite a mettere in gabbia un altro essere vivente.

I cambiamenti non sono facili da attuare ma se lo si vuole veramente e si vuole tornare a vivere a stretto contatto con la natura bisogna iniziare a rispettarla e a scendere a compromessi con Lei. Ci evolviamo tecnologicamente ma regrediamo come umanità, giorno dopo giorno sempre di più.
La libertà spaventa più di una prigione. Sono punti di vista ma secondo me è arrivato il momento di scegliere e farlo con il cuore non solo con i propri interessi.
#iduevagamondi #Respect #Freedom
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Perdersi tra i boschi, danzare sotto la pioggia battente, camminare sulla neve, ammirare le montagne mentre prendono fuoco al tramonto, sognare ad occhi aperti, ridere ed ancora ridere perché in questa parte delle Dolomiti ci sentiamo incredibilmente a casa in ogni angolo… l’Alta Val Rendena come il Brenta sono così autentici ed unici da essersi guadagnati un posto fisso nel nostro cuore.

Val Genova, Val Nambrone, Val Brenta… posti incredibilmente magici, scenari mozzafiato che vi strapperanno sicuramente un gigantesco WOW perchè in queste vallate a due passi da Campiglio troverete quell’autenticità che vi stupirà senza alcun dubbio. Il parco naturale Adamello-Brenta, istituito nel 1967, comprende i gruppi montuosi dell’Adamello, Brenta e della Presanella, estendendosi su una superficie di 618 km². Ricco di acque alimentate dai ghiacciai che formano suggestive cascate e laghi di montagna, il parco integra una immensa varietà faunistica e floristica.

Le Dolomiti di Brenta rappresentano un vero e proprio paradiso per chi ama la montagna e l’outdoor…  Zaino in spalle, un paio di scarponcini comodi e la consueta attrezzatura fotografica sono d’obbligo.

7 giorni di trekking e di fotografie per quasi 100 chilometri complessivi di escursioni ai piedi di Adamello e Brenta: Rifugio Mandrone, Rifugio Bedole, Rifugio Cornisello, Rifugio Brentei ed il Tuckett… tante escursioni affrontate con le più svariate condizioni meteo: temporale, grandine, sole, nebbia, vento ed arcobaleno ma dire qual’è stata la più bella è impossibile perché i paesaggi son talmente incredibili che non siam in grado di decretarne un vincitore.

La Val Genova ricchissima d’acqua è uno dei simboli indiscussi del Parco Adamello Brenta e con le sue cascate è senza dubbio una delle mete turistiche più importanti della Valle Rendena. Nardis, Larès, Pedruc giusto per citarne alcune caratterizzano il paesaggio di questa verdissima valle laterale che termine a monte con il gruppo Adamello-Mandron, il ghiacciaio più esteso d’Italia e la Presanella.

Oltre alla presenza dei ghiacciai e delle cascate questa vallata è conosciuta anche per i numerosi avvistamenti di orso bruno, non ce ne meravigliamo essendo così selvaggia e “pura”.

Non da meno sono la Val Nambrone e la Val di Brenta. La prima è caratterizzata dal “famoso” Lago Nero, meta di numerosi fotografi ed appassionati di montagna che raggiungono questa meta soprattutto al tramonto per vedere il Brenta riflettersi infuocato nelle sue acque ma non sono da meno le spettacolari cascate d’Amola e di Cornisello. Un consiglio, fermatevi a far due chiacchiere ed a mangiare un boccone al Rifugio Cornisello… un vero toccasana!

La Val Brenta, invece,  è una meta un po’ diversa rispetto alle altre due perchè percorrendo i numerosi sentieri vi addentrerete proprio nel cuore del Gruppo del Brenta ed i due rifugi Brentei e Tuckett sono davvero belli e collocati in posizioni strategiche per arrampicare o semplicemente per ammirare i paesaggi superlativi delle Dolomiti sorseggiando dell’ottima birra.

La Val Rendena è assolutamente uno dei posti più belli che abbiamo visitato al mondo perchè vuoi le persone, vuoi i paesaggi, vuoi il clima regalano in ogni istante emozioni indescrivibili che vi poterete per sempre dentro, proprio come è successo a noi. Un posto assolutamente da vivere a 360° e tutto l’anno.

MERAVIGLIOSA ALTA VAL RENDENA!

Romina & Simone

Guardare la bellezza della natura è il primo passo per purificare la mente. (Amit Ray)

L’Alta Via è un sogno per ogni amante della montagna ed in particolar modo un regalo indelebile ed indimenticabile, proprio alla vigilia dei dieci anni di Unesco, alle Dolomiti. Un’attraversata di circa 150 chilometri del Sud Tirol da ovest ad est partendo da Tiers a pochi chilometri di distanza da “casa Salewa” fino alla Val Fiscalina proprio al confine della provincia di Bolzano.

Un percorso di oltre 50 ore tra salite, discese, vie ferrate, ebike e per un ragazzo del gruppo anche il brivido del parapendio.

Eravamo una decina tra giornalisti, fotografi, blogger da mezz’europa a intraprendere  quest’avventura lontani dallo stress, senza automobili quasi al confine di questo mondo moderno dove gli orari seguono l’andamento del sole e delle stelle e non di schemi prestabiliti dalla società. Confinati in uno “spazio” perfetto, circondati dalla bellezza ed unicità da alcune delle montagne più importanti d’Italia dalle Tofane alle Tre Cime di Lavaredo passando per il Catinaccio, il Monte Cristallo, il Pelmo e molte altre vette memorabili.

L’Alta Via è tutt’altro che banale, ti segna, ti fa scoprire i tuoi limiti e ti permette di diventare un tutt’uno con la montagna quella vera e pura che ognuno di noi ama fin da piccoli. Eh sì proprio così perché qui si entra in contatto a trecentosessantra gradi con quella montagna che ancora sogniamo lontano dal turismo di massa ma che ti avvicina, come da piccoli, alla bellezza della semplicità e ti fa stare veramente bene e mai come in quest’esperienza ho capito ancora di più l’affermazione di Messner: “La decisione più importante della mia vita è stata la decisione di vivere obbedendo ai miei desideri, alle mie idee e ai miei sogni.”

Fin dal primo giorno si capisce la grandezza di questo viaggio dolomitico perché attraversando la Valle del Ciamin ci si trova di fronte prima il Catinaccio e quindi le Torri del Vajolet che ci accompagneranno durante la salita fino ai 2134metri del Rifugio Bergamo – Grasleitenhütte dove ci attendono dell’ottimo cibo tirolese, una stellata incredibile!

Gisuto qualche ora di sonno ed è già il momento di ripartire perché la seconda giornata sarà un continuo sali e scendi attraversando il Passo di Molignon, in un’atmosfera paesaggistica quasi lunare che ci lascia senza parole per poi ridiscendere al Rifugio Alpe di Tires e proseguire verso il Rifugio Friedrich August affiancando i Denti di Terra Rossa, il Sassopiatto per ammirare nuovamente le stelle che ci faranno compagnia durante numerose chiacchierate notturne dell’Alta Via.

I chilometri iniziano a farsi sentire ma l’adrenalina è in continua crescita avvicinandoci alla via ferrata delle Meisules che ci porterà verso sera dopo aver ripercorso l’altopiano del Sella al Rfugio Franz Kostner ad oltre 2500 metri dove alcuni di noi scelgono di godersi la bellezza dell’Alta Badia bivaccando all’aperto sotto l’ennesimo tappeto di stelle che ci porterà verso l’inizio di un nuovo giorno con una meravigliosa alba che vedrà il sole baciare Civetta, Marmolada e Pelmo.

Uno di noi ha anche la fortuna di sorvolare la vallata e di raggiungere il Passo Campolongo in parapendio mentre il restante del gruppo scenderà a piedi tra rocce, pini mugo circondati da un tripudio di colori prima di prendere le ebike che ci porteranno prima a Pralongià a 2.109m e quindi giù fino alla Capanna Alpina dove riposiamo la bici ed iniziamo, sotto un caldo torrido, la salita fino alla Capanna Scottoni e da qui proseguiamo verso il Lago del Lagacio dove i più temerari si tufferanno per prendere un po’ di fresco prima di ricominciare il percorso che dopo 31 chilometri ci vedrà arrivare alla Capanna Fanes.

Ed è proprio qui che ci rendiamo conto di come sia ancora bello ogni tanto fare un passo indietro, staccarsi da tutto e così per telefonare useremo il vecchio telefono a gettoni del rifugio sorseggiando un po’ di birra sulla terrazza. Volge al termine una giornata veramente intensa e lunga, lontani dai rumori della città circondati dal silenzio della notte alpina tra risate e curiosità varie. Stupendo.

E così, nonostante i chilometri continuino ad accumularsi giorno dopo giorno, la fatica quasi non si sente perché quello che l’Alta Via porta con sé è una vera e propria famiglia. Sembra pazzesco da raccontare ma è proprio così, persone che fino ad alcuni giorni fa neanche si conoscevano sono ora legati da una profonda amicizia, una magia a tutti gli effetti che solo la montagna può creare.

Proseguiamo il viaggio verso est raggiungendo prima la Valle di Fanes che ci poterà all’omonime cascate sempre sotto un sole cocente. Il percorso ci porterà prima ad attraversarle da “dentro” e quindi dopo una piccola via ferrata arriviamo alla loro base, 90 metri di salto nel vuoto.

Uno spettacolo incredibile proprio come lo zig-zag verticale che ci porterà a risalire la valle fino al Gran Foses e quindi al Rifugio Biella proprio ai piedi della Croda del Becco dove il giorno seguente saliremo per ammirare l’alba.

Vedere il sole sorgere con in lontananza le Tre Cime di Lavaredo, il Pelmo, il Monte Cristallo, le Tofane e sotto di noi il turistico Lago di Braies mentre noi quassù siamo soli, in “famiglia”, ad ammirare ancora una volta la bellezza unica di madre natura e della montagna.

Dopo giorni di sole e temperature bollenti un’ultima alba infuocata lascia spazio a nuvole sempre più minacciose e rovesci di pioggia che arrivano da ovest e che ci accompagnano tutto il giorno tra pinete, prati e brevi passaggi ferrati fino al Rifugio Vallandro dove un vero e proprio temporale ci attende.

Il risveglio non è da meno entusiasmante,  una nebbia che corre velocemente sui  prati che circondano il rifugio mentre lasciandosi alle spalle il Rifugio ecco che rispuntano nuovamente in lontananza le Tre Cime di Lavaredo pronte a darci, tra qualche ora, il benvenuto…

Con spensieratezza di fronte a tanta bellezza altri 20 chilometri la fatica si accumula sempre di più gambe, affrontiamo numerosissimi sali e scendi ed arriviamo alla sera al Rifugio Locatelli dove abbiamo la fortuna di avere la camera letteralmente con vista!! Eh sì perché direttamente dal letto siamo di fronte alle Tre Cime, sembra veramente di toccarle e anche con il cielo che si fa a tratti sempre più minacciose regalano emozioni non stop in ogni istante.

Impossibile riposarsi con montagne così importanti, così leggendarie di fronte a noi e così dopo un paio di ore siam nuovamente in piedi ad aspettare l’alba che ovviamente non delude!

Siamo ormai prossimi alla fine, mancano solamente dodici chilometri prima che questa indimenticabile ALTA VIA volga al termine e così dopo aver costeggiato il Monte Paterno arriviamo in Val Fiscalina tappa conclusiva del progetto Salewa.

150 chilometri, 50ore, 8770 metri di ascesa e 8510 metri di discesa… un gruppo veramente unito, tanta stanchezza ma soprattutto tanta felicità per avercela fatta tutti assieme ed un grazie immenso ad Egon, la guida alpina che ci ha condotto con successo alla meta!

Walter Bonatti diceva: “Guarda se uno deve arrivare fin qui, per inseguire i propri sogni, per non essere là nella confusione, tra gli esseri umani che sono lì, per divertirsi o comunque per cercare qualche cosa che non ha nulla a che vedere con quello che cerco io.”

Proprio così, questo viaggio, quest’impresa ci ha portato a conoscerci meglio, a capire i nostri limiti, a capire l’importanza di inseguire i propri sogni ma soprattutto a capire ancora di più l’immensa bellezza della montagna.

Pura.

Vera.

Immensa.

Unica.

Emozionante.

L’Alta Via!