Ormai è un appuntamento fisso.
Tutte le mattine, tutte le sere eccolo che arriva.
Dolcemente si ferma, mi guarda e poi inizia a raccontare. Poi si interrompe, si guarda attorno e si sposta più in alto. Un attimo di silenzio e ricomincia. Parla, ti guarda, parla.
Da settimane proviamo a fare dei discorsi anche piuttosto lunghi ma quello che più mi colpisce è il fatto che arrivi sempre quando stiamo parlando di Miele. Anche questa sera è successo di nuovo. Non appena ho finito la telefonata con la clinica veterinaria è arrivato e questa volta si è posizionato davvero vicino. Ascolta gli aggiornamenti e poi dice la sua. Ci confrontiamo, ridiamo e poi dopo un po’ saluta e vola via. Sono settimane che questa piccola fiaba va avanti. Ormai è buffo, forse starò diventato matto ma tutto questo è stupendo. E’ un continuo confrontarsi, ascoltarsi e condividere la bellezza che assieme osserviamo. Provo a fargli delle fotografie ma è timido, non appena vede la macchina fotografica si alza in volo. L’altro giorno, finalmente sono riuscito a fargli tre scatti di numero. Non avete idea quanto sia stato bello. Nulla di eccezionale, vero, perchè quando era nelle condizioni migliori chiacchieravamo e non potevo andarmene nel mezzo del discorso, sarei stato maleducato.
Fino a quando, l’altra mattina si è messo in posa di fronte alla finestra poco prima che uscissimo a lavorare.
Fiato sospeso, silenzio, click.
Tre semplicissime fotografie. Tre scatti letteralmente rubati ma preziosissimi.
Quel suo dolce cinguettio accompagna ormai diversi momenti delle nostre giornate, a volte sembra volerci seguire. Ormai lo riconosco e lo sento anche a distanza, è diventato parte di questo progetto di vita.
Questa sera gli abbiamo detto che Miele tornerà a casa e lui ha iniziato il suo monologo.
Giovedì, come ben sapete, siamo tornati a Lodi per portare a casa Miele.
E’ stato incredibile, non appena siamo arrivati ci siamo subito sistemati in giardino e dopo pochi minuti eccolo arrivare, allegro e spensierato come sempre. Giocava a nascondino con le ultime foglie del gelsomino della Virginia, cinguettava spostandosi da un rametto all’altro. Trovo difficile descrivere a parole quello che ho provato, quello che provo giorno dopo giorno osservando la meraviglia della natura. Anche poco fa, durante l’ultima seduta di fisioterapia è arrivato Cippy, sì l’ho chiamato così. Si è posato a meno di due metri da noi, ci ha guardato e il suo monologo è ricominciato. Chissà quante cose ci dice, dal suo tono è successo qualcosa di stupendo. Miele si ferma, volge lo sguardo verso di lui e sorride. Ancora un cinguettio, rapido, gli chiedo se arriverà la neve e lui si alza in volo. Chissà…
Siamo solo di passaggio, scrivevo nell’ultimo articolo… forse è proprio questo che mi porta a ricercare una sempre più intensa relazione con la natura e i suoi figli. Tornare a vivere in simbiosi con Lei, tornare al selvatico è forse l’unica via di fuga possibile in un mondo che va sempre più al contrario, che va in corto circuito. Tornare all’essenziale, proprio come la vita di Cippy.
Beh che dire… grazie per essere arrivati anche questa volta sul nostro blog, su questo articolo.
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Se siamo svegli e attenti alla vita
un filo d’erba ci assicura che la terra è viva,
un abete con i rami carichi di neve ci fa compassione,
il pettirosso che ci viene a trovare
ci ricorda che noi tutti attendiamo
briciole di attenzione.
(Enzo Bianchi)
«Benché non sia che piccolo e debole, pure debbo poter fare qualche cosa per questo povero martoriato» pensò l’uccello: e allargò le ali e volò via per l’aria, descrivendo larghi giri intorno al Crocifisso.
Gli volò intorno parecchie volte senza ardire d’avvicinarsi, perché era un uccellino timido, che non aveva mai osato avvicinarsi ad un uomo. Ma un po’ per volta si fece coraggio, volò molto vicino e col becco tolse una spina che si era piantata nella fronte del Crocifisso.
In quel momento una goccia di sangue del Crocifisso cadde sul petto dell’uccello. Si allargò rapidamente, colò giù e tinse tutte le pennine delicate del petto. Ma il Crocifisso aperse le labbra e sussurrò all’uccello: «Per la tua pietà ora avrai quello che la tua razza ha desiderato sempre da quando fu creato il mondo».
Poco dopo, quando l’uccello ritornò al suo nido, i piccini gridarono: «Il tuo petto è rosso, le penne del tuo petto sono più rosse delle rose!»
«Non è che una goccia di sangue della fronte di quel pover’uomo» disse l’uccello. «Scomparirà, appena farò il bagno in un ruscello o in una limpida sorgente».
Ma quando l’uccellino fece il bagno la macchia rossa non scomparve dal suo petto, e quando i suoi piccini divennero grandi, la tinta rossa splendeva anche sulle penne dei loro petti, come d’allora in poi splende sul petto e sulla gola di ogni pettirosso.
(Selma Lagerlof, La leggenda del pettirosso)


